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La Grazia di Sorrentino: frasi che restano, immagini che pensano, dialoghi che non spiegano ma aprono

La Grazia è un film da vedere. Conferma Sorrentino come Autore. Qui capace di trasformare il potere in racconto umano, la politica in materia emotiva, l’istituzione in dramma interiore. Convince soprattutto per la scrittura: aforistica ma mai decorativa, rigorosa ma attraversata da emozioni profonde

Al centro, un Presidente della Repubblica immaginario chiamato a decidere sul senso ultimo della responsabilità, mentre affronta il peso del passato e dell’amore perduto. Un film sobrio, stratificato, che lascia il segno e continua a interrogare lo spettatore ben oltre i titoli di coda.

“Di chi sono i nostri giorni?”

Una domanda semplice solo in apparenza, quella che attraversa La Grazia come una linea sotterranea. È anche la chiave di accesso a un film che si muove tra responsabilità pubblica e fragilità privata, tra ciò che siamo chiamati a rappresentare e ciò che, silenziosamente, continuiamo a essere. Presentato in apertura all’ultima Mostra del Cinema di Venezia — dove Toni Servillo ha conquistato la Coppa Volpi — arriva finalmente in sala come un’opera che restituisce l’impressione nitida di trovarsi davanti a un grande film di Paolo Sorrentino. Diverso, ma profondamente riconoscibile. Un film che mette al centro la scrittura, fatta di frasi che restano, di immagini che pensano, di dialoghi che non spiegano ma aprono.

Un Presidente e il peso delle decisioni

Il film si apre con l’Articolo 87 della Costituzione italiana. Non è una scelta ornamentale, ma una dichiarazione di poetica. Mariano De Santis (Toni Servillo) è un Presidente della Repubblica immaginario, all’inizio del suo semestre bianco, chiamato a confrontarsi con due richieste di grazia radicalmente diverse eppure speculari: una donna che ha ucciso il marito dopo anni di violenze; un uomo che ha posto fine alla vita della moglie malata per pietà. Attorno a queste decisioni si addensa il cuore etico del film, che non cerca soluzioni ma espone fratture. «Il diritto mostra la verità da lontano», dice De Santis. La Grazia fa l’opposto: la avvicina fino a renderla scomoda.

Il Quirinale come spazio immaginato

Come già accaduto con il Vaticano di The Young Pope, Sorrentino trasforma un luogo inaccessibile in territorio narrativo. Il Quirinale diventa uno spazio mentale prima ancora che architettonico: stanze silenziose, rituali misurati, incontri formali che convivono con un senso costante di solitudine. È qui che la scrittura costruisce una quotidianità credibile senza indulgere nel realismo, affidandosi all’immaginazione come strumento di verità. Ogni quadro è essenziale, ogni scena contribuisce a delineare un potere che non è mai trionfante, ma gravoso.

La vita privata, il grande amore, il rimpianto

Accanto al Presidente istituzionale, La Grazia racconta l’uomo. Un uomo segnato da un amore assoluto e perduto, da una mancanza che definisce ogni gesto presente. Il film scava nel passato senza flashback esplicativi, lasciando che siano i dialoghi e le assenze a raccontare. Sorrentino torna a interrogarsi sul tempo, sull’età, sulla nostalgia, richiamando Youth e La grande bellezza, ma con un tono più asciutto, più trattenuto. Il rimpianto non è mai compiaciuto: è una ferita che non si rimargina.

Toni Servillo e Anna Ferzetti: corpi e sottrazione

Toni Servillo offre un’interpretazione di estrema precisione, costruita sulla rigidità del corpo e sulla minima variazione dello sguardo. Il suo De Santis è “cemento armato” per necessità, non per vocazione: un uomo che ha imparato a contenersi fino quasi a scomparire. Accanto a lui, Anna Ferzetti è Dorotea, la figlia e collaboratrice, figura chiave del film. Il loro rapporto è uno dei più riusciti: fatto di complicità, dipendenza, attrito. Dorotea è la coscienza critica del padre, ma anche il simbolo di una generazione che ha smesso di respirare per sostenere chi ama. La scrittura dà a entrambi spazio e profondità, senza mai sbilanciarsi.

Un rigore attraversato da lampi

E’ un film sobrio, ma non austero. Dentro la sua struttura rigorosa trovano spazio improvvise deviazioni: musicali, visive, ironiche. Le “sorrentinate” ci sono, ma sono misurate, integrate, mai autoreferenziali. Non rompono il tono, lo ampliano. È un cinema che si permette la libertà proprio perché poggia su una scrittura solida, che non teme il silenzio né la parola incisiva.

Un film che educa al dubbio

La Grazia non cerca risposte, educa allo sguardo e al dubbio. Le sue frasi non funzionano come slogan, ma come sedimentazioni. Restano perché sono scritte per durare. E così il film continua a vivere nello spettatore, riportandolo a quella domanda iniziale, semplice e ineludibile: di chi sono, davvero, i nostri giorni?

di Maurizio Ermisino