È il tema de Il tempo delle mele, un film sul primo amore. E quelle parole dicono “i sogni sono la mia realtà”. La protagonista, un’intensa Valeria Golino, è una donna di mezza età, dimessa, che fa l’insegnante, vive con i suoi genitori anziani e non ha mai conosciuto l’amore. Quando incontra Alessio, un giovane e attraente studente della sua scuola, quell’amore comincia a sognarlo. Anche fraintendendo, travisando, sbagliando, perché, a livello sentimentale, è completamente inesperta e indifesa. È una donna che “passa dagli 8 ai 110 anni”, suggerisce l’attore Francesco Colella. Gioia è il suo nome. “La gioia” è quella che finora le è stata negata. E che, per un attimo, riesce a sfiorare prima del tragico finale. La storia è tratta da un fatto vero, avvenuto qualche anno fa nei dintorni di Torino, ed è diventata prima una sceneggiatura vincitrice del Premio Solinas e poi un film di Nicolangelo Gelormini. Regista che è stato l’aiuto di Paolo Sorrentino e che ha lavorato con David Lynch, architetto, dopo il suo primo film, il bellissimo Fortuna, si conferma come uno dei migliori Autori emergenti del nostro cinema. Anche qui ci riempie il cuore di immagini bellissime e di grandi personaggi per poi spezzarcelo. “L’idea non era fare una mera ricostruzione del fatto di cronaca, non era soddisfare una curiosità morbosa. ma capire un tema che fosse il più universale possibile e potesse interessare una platea più ampia” ha spiegato il regista nella conferenza stampa, oggi cinque febbraio, a Roma. “Il tema è la diseducazione sentimentale che riguarda tutti i personaggi. Volevamo portare il pubblico a sposare il punto di vista della protagonista. A credere che una donna colta, adulta potesse fraintendere le intenzioni di un ragazzo, fraintendere quello che è un raggiro”.
Personaggi che sono vittime di loro stessi
“Come va a casa?” “Non c’è casa”. È uno dei primi dialoghi tra Gioia e Alessio (un magnetico Saul Nanni), due opposti destinati ad attrarsi due vuoti che provano a riempirsi a vicenda. Lui è senza padre e con una madre sola e disperata, in fondo una ragazza anche lei (è Jasmine Trinca in una delle sue migliori interpretazioni). Lei la famiglia ce l’ha, ma è ingombrante e l’ha chiusa in una gabbia. Lui è cresciuto troppo in fretta, lei grande non lo è mai diventata. Entrambi hanno bisogno di sentirsi dire “tutti possono essere importanti”. E così nasce una storia dove, alla fine, non si salva nessuno. “Sono tutti vittime di loro stessi, o per indole o per mancanza di strumenti” spiega Gelormini. “Il fraintendimento emotivo, il vuoto, l’isolamento fanno sì che nessuno si salvi. Il titolo del film definisce un momento molto breve: l’unica cosa che si salva è la motivazione per cui Gioia tenta il tutto per tutto. ma è un momento”.
Valeria Golino è bravissima a rendere l’invisibilità
Come in Fortuna, anche ne La Gioia, c’è qualcuno che vuole evadere dalla realtà, colorare quello che è stato il proprio mondo con qualcos’altro, come recitare l’Atto di dolore sulle note technopop di Blue Monday dei New Order, aprire le porte di quelle stanze chiuse grazie a un bacio e volare letteralmente grazie all’amore. Valeria Golino è bravissima a rendere la solitudine e l’invisibilità del suo personaggio, aiutata dal trucco e dai costumi, ma soprattutto con un lavoro di sottrazione sugli occhi e la voce, entrambi sempre bassi fino quasi a sparire. Saul Nanni, dall’altro canto, lo è altrettanto a giocare più ruoli, quelli di chi si traveste per negare se stesso. È Francesco Colella a spiegarci il lavoro degli attori. “Valeria Golino passa dagli 8 ai 110 anni. A volte è una bambina inerme, e volte ha degli sguardi che sembrano presagire la tragedia. La furia vitalistica di Saul Nanni era tale che lottava con il suo personaggio. E poi c’è la disperazione di Jasmine Trinca, così profonda da diventare eterea”.
Figure perse in un mondo che non le accoglie
Nicolangelo Gelormini, ancora una vota, è eccezionale nel rappresentare il degrado morale e reale del mondo di oggi. E in questo senso il suo film va al di là del puro fatto di cronaca, per diventare un apologo della non umanità dei nostri giorni e dando vita a un film universale. È proprio Jasmine Trinca a interrogarsi sul senso di questi personaggi nel mondo di oggi. “Quello che fa il cinema è far emergere in maniera sempre più violenta l’inconscio, personale ma anche collettivo” spiega. “Il film racconta queste figure perse in un mondo che non le accoglie, un mondo difficile da attraversare. La madre che interpreto, che non è ispirata al fatto di cronaca, è lo specchio della società attuale: per niente autorevole, del tutto autoritaria e per niente umana. E in questo mondo che stiamo vivendo risuona moltissimo”.
Personaggi in cerca di una centralità emotiva
Quello di Gelormini è un cinema che, caso raro in Italia, si fa finalmente ambizioso, coraggioso, che non dice “questo non si può fare”, come solo i nostri più grandi registi osano. È un cinema che lavora a fondo sui corpi, mutandoli per le esigenze di racconto. E che li fa vivere in un rapporto dialettico continuo con i luoghi in cui vivono. Viene dall’architettura, e gli ambienti sono un punto focale del suo cinema. “Per me il punto di partenza sono le architetture: è la prima forma visiva rispetto alla rappresentazione di un sentimento o di un senso” spiega. “Il film ha un’ambientazione geografica ben precisa, la provincia di oggi. Nel suo essere lontana da un centro e non capace di generare una propria personalità, è il luogo urbano che più ricerca quel senso di centralità senza riuscirci. Così, in scena, tutti i personaggi si muovono, cercano una propria centralità emotiva”.
Il significato di quella boa
Tra i luoghi in cui Gelormini ambienta il film e che sono carichi di significato c’è il Lingotto, a Torino, e una boa, un’opera d’arte che ha trovato e ha chiesto di lasciare per poterla mettere nel film. “La boa era legata a una boa gemella che si muove nell’oceano simultaneamente ad essa” ci ha raccontato. “Metterla alla fine del film, e prima, per evocare il finale, significa rappresentare Gioia che si muove in un limbo, che galleggia”.
Dalla parte degli ultimi
Quello che colpisce, nel cinema di Gelormini, è il racconto degli ultimi e dei disagiati fatto con pietas e affetto sincero, che l’eleganza della confezione non raffredda mai, anzi contribuisce a rafforzare. A quei personaggi di cui qualcuno vorrebbe ridere o che potrebbero essere giudicati, guardati dall’alto in basso, Gelormini vuole bene. “Lo sguardo di Nicolangelo è pieno di tenerezza e allo stesso tempo sempre lucido, anche spietato volendo” ha spiegato Valeria Golino. “E’ estremamente accogliente. Crea una rete: sai che puoi saltare e male che vada qualcuno ti prenderà. Ricorderò sempre il nostro modo di lavorare insieme, il suo sguardo di volta in volta commosso, incuriosito. Questo è il cinema”.
di Maurizio Ermisino