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Il punto di vista legale – Influencer Marketing

La tematica è ancora calda. L’Advertising Standard Authority inglese pubblica la seconda edizione della guida all’influencer marketing.

Ci risiamo, l’influencer marketing non smette di far parlare di sé.

Nonostante, ormai, i principi che regolano questa forma di pubblicità siano stati urlati ai quattro venti, la prudenza non è mai troppa.

Così l’Advertising Standard Authority inglese ha pensato bene di non lasciare nulla al caso ed ha di recente pubblicato la seconda edizione delle linee guida all’influencer marketing (qui).

Oltre a ribadire i principi generali relativi alla necessità di rendere trasparente la natura pubblicitaria dei post, l’ASA ha anche chiarito:

  1. che l’affiliate marketing, che si ha quando il post di un influencer contiene link o codici sconto che, di fatto, una volta attivati generano un introito all’influencer (quindi, ancora una volta, laddove si ravvisino dei pagamenti), è una forma di influencer marketing e vanno adottati tutti gli accorgimenti del caso;
  2. le diciture che meglio suggeriscono la natura promozionale di un post, quali, ad esempio, ad, advertising ed advertisement, che possono essere utilizzati liberamente e senza #. Al contrario, sono considerate ‘rischiose’ diciture quali ‘supported by’, ‘thanks to [nome del brand]’ e sconsigliate abbreviazioni dei termini come ‘sp’ per Spons e ‘aff’ per Affiliate.
  3. Gli hashtag o, comunque, il wording utilizzato per chiarire il contenuto promozionale devono essere immediatamente visibili, parametrati al canale di diffusione e visibili da ogni device che il destinatario possa utilizzare.

Le nuove linee guida contengono anche una breve sintesi delle attività dei soggetti preposti a vigilare sul rispetto delle norme di legge, del codice autodisciplinare ed a tutela dei consumatori.

In particolare, vale la pena evidenziare che l’ASA, come organismo di autodisciplina e preposto al controllo del rispetto del codice autodisciplinare pubblicitario, interviene – bloccando la campagna – qualora:

  • il Brand abbia provveduto a pagare (in qualsiasi forma) l’influencer ed abbia una qualche forma di controllo sui contenuti pubblicati dall’influencer;
  • l’influencer pubblicizzi proprie linee di prodotti o indìca concorsi/manifestazioni a premio.

La seconda edizione delle guidelines, seppur non illuminanti, costituiscono senza dubbio un ottimo riferimento per calibrare il linguaggio e le modalità di comunicazione del native advertising. Attenzione, però, a calare le regole nel giusto contesto: ciò che è ‘safe’ per il mondo inglese non lo è necessariamente e automaticamente per quello italiano.

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