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L’evento nato con l’ambizione di indagare le intersezioni tra Creation Economy e Fashion, ha finito per trasformarsi in paradosso, una messinscena di distacco generazionale e criticità educative che merita un’analisi puntuale.
Dove sono le nuove leve del fashion marketing?
Il primo dato, visivo e impietoso, è stato la scarsa partecipazione del pubblico di studenti. In un ecosistema che dovrebbe essere il cuore pulsante della formazione creativa, vedere una platea semivuota è il sintomo di un corto circuito. Se le nuove leve del fashion marketing non rispondono alla chiamata di un panel che parla del loro futuro professionale, il problema è duplice: o l’istituzione non sa più intercettare l’interesse dei propri iscritti, o il tema della ‘Creator Economy’ viene percepito dagli studenti come un rumore di fondo ormai privo di sostanza aspirazionale. È il fallimento della dialettica tra accademia e professione. Non è certo l’unico esempio di questo scollamento, ma qui si parla solo di ieri sera.
In questo scenario già precario, l’enunciazione dello scrittore e creator multimediale Riccardo Pedicone, che avrebbe poturo agire come un detonatore polemico, è stata al contrario accolta da un silenzio imbarazzante (per gli studenti). Il creator ha rivendicato con orgoglio di aver abbandonato gli studi a metà delle scuole superiori, elevando l’autodidattismo a unica forma di ‘postura’ intellettuale valida. Se da un lato il racconto del self-made man digitale affascina per la sua carica di rottura, dall’altro lancia un messaggio pericolosissimo, quasi nichilista, all’interno di un luogo deputato all’istruzione.
‘Volevo infiammarti, non instruirti’: e allora che cosa ci facciamo qui?
Pedicone ha citato Jean Genet – “Volevo infiammarti, non istruirti” – per giustificare una scelta radicale, ma nel farlo ha implicitamente delegittimato il percorso di chi, in quella sala, stava pagando per ricevere una formazione strutturata. La sua ‘scelta radicale’ di volare via dagli studi è stata presentata come l’origine di una libertà creativa che la scuola, a suo dire, tarperebbe. È una retorica che confonde il talento individuale con un metodo universale, rischiando di suggerire che la competenza tecnica sia un fardello superfluo rispetto all’istinto comunicativo.
Un contrasto stridente
Da una parte la missione dei docenti e dei manager di dare ‘struttura’ e ‘valore’ al talento; dall’altra la celebrazione del vuoto formativo come precondizione per l’autenticità. In conclusione, l’evento è apparso come un esercizio di stile per pochi intimi, dove la celebrazione della figura del creator ‘non istruito’ è suonata come uno schiaffo a quel pubblico studentesco rimasto, creando un vuoto pneumatico tra chi la cultura la vuole studiare e chi si vanta di averla ‘infiammata’ dopo averne bruciato i libri. Sperando che l’assenza di domande alla fine dell’evento non nascondesse solo una voglia di aperitivo da soddisfare al più presto…
P.S. Dal panel era assente Simona Zanette, Ceo Hearst Digital SA e Chief Diversification and Growth Officer di Hearst Italia, nonostante la sua presenza fosse stata confermata dall’evento: peccato, avrebbe potuto illustrare davvero come si possa fare comunicazione solo basandosi sugli ‘altri ricavi’…
di Massimo Bolchi