“Essere, o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna o prender armi contro un mare d’affanni e, opponendosi, por loro fine?”. Parole immortali, parole che abbiamo sentito tante volte e che il film rilegge sotto la luce della storia che ha dato vita al capolavoro di Shakespeare. È di questo che parla Hamnet – Nel nome del figlio, il film di Chloé Zhao che ha vinto già due Golden Globe– miglior film drammatico e miglior attrice protagonista in un film drammatico a Jessie Buckley – e arriva lanciato alla corsa agli Oscar con 8 nomination: miglior film, miglior regia a Chloé Zhao, miglior attrice protagonista a Jesse Buckley, miglior sceneggiatura non originale, miglior casting, miglior colonna sonora, migliori costumi e miglior scenografia. Manca la candidatura a miglior attore protagonista a Paul Mescal, che sarebbe stata per noi meritata. In Italia al cinema dal 5 febbraio, dopo aver visto l’anteprima lo confermiamo, Hamnet è uno dei film più intensi che abbiamo visto negli ultimi anni.
Dal romanzo al film
Il film è tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell del 2020, è la storia che l’autrice sperava di raccontare da quasi trent’anni, dopo aver scoperto dettagli mai rivelati della vita familiare di Shakespeare, in particolare la scomparsa del suo unico figlio maschio Hamnet, morto di peste a soli 11 anni. “Ho sempre trovato molto ingiusto nei confronti di questo ragazzino il fatto che nessuno avesse mai collegato il suo nome – Hamnet – all’opera teatrale scritta quattro o cinque anni dopo, intitolata Amleto”, racconta la O’Farrell. “Questo bambino aveva un ruolo marginale, una nota a piè di pagina nella storia del suo famosissimo padre. Quindi, l’impulso che mi ha spinto a scrivere il libro è stato metterlo in evidenza e far capire la sua importanza. Era amato. Senza di lui, non avremmo avuto Amleto. Dobbiamo moltissimo a questo bambino”.
Shakespeare: dalla tragedia alla scrittura di Amleto
E così è nata questa bellissima storia. Siamo in Inghilterra, nel 1580. William Shakespeare, insegnante di latino che vive in povertà, incontra Agnes, una ragazza dallo spirito libero: nascono così una travolgente relazione, un matrimonio e tre figli. Mentre William, a cui Stratford sta stretta, si trasferisce a Londra, dove inizia una carriera come autore teatrale, Agnes si occupa dei figli. Quando la tragedia li colpisce, il loro legame un tempo indissolubile viene messo a dura prova. Ma da questa esperienza nasce il grande capolavoro di Shakespeare, Amleto. È una storia completamente diversa da quella personale, ma ci sono dentro tutti i sentimenti che il Bardo prova in quei giorni. E c’è quel nome. Perché nel XVI secolo Hamlet e Hamnet erano di fatto intercambiabili.
Jesse Buckley e Paul Mescal, volti e corpi vibranti
Nasce così un film molto particolare, che vive della tempra e dei corpi di due personaggi scritti e interpretati meravigliosamente: veniamo tirati dentro alla storia dalla bellezza dolce e fiera di Jesse Buckley e da quella spigolosa e fragile allo stesso tempo di Paul Mescal. Sono volti moderni, eppure anche senza tempo. E quindi credibili nei panni di due personaggi del Seicento. Ma – come dimostrano le varie nomination – qui è tutto ad essere credibile, dal cast, alla scenografia, ai costumi. Sin dalle prime scene colpisce come i personaggi siano inseriti così bene nella natura e negli ambienti del paese da diventare un tutt’uno con essi e, allo stesso tempo, a spiccare ed essere illuminati di luce propria, come in certi capolavori della pittura.
Agnes, una donna libera
Il film si chiama Hamnet, come il figlio maschio della coppia. Ma la protagonista della storia è Agnes, la madre. È una donna indipendente, che non segue i dettami della società. Dicono che sia la figlia di una strega e che sia venuta dal bosco. Dicerie. Ma lei un legame con quegli alberi ce l’ha. Ed ha anche delle doti divinatorie, l’arte di vedere il futuro, di leggere dentro le persone, di capirle. Oggi, forse, la chiameremmo empatia. E libertà. In quegli anni, ovviamente, una donna così non era ben vista. A pensarci bene, non sempre neppure oggi. A darle corpo è Jesse Buckley, che la fa vivere con un’interpretazione viscerale ed emotiva. Il dolore che prova per il durissimo lutto subito ci arriva in modo devastante, lancinante, in una serie di momenti in cui l’attrice dà tutta se stessa.
Uno dei film più belli sul rapporto tra arte e vita
Hamnet è un film dolce, poi doloroso, infine catartico quando, al Globe Theatre di Londra, arriva il momento in cui tutto torna, il cerchio si chiude, i nodi si sciolgono. È quello in cui capiamo il senso del film, il modo in cui sublima il dolore in arte, in eternità. Hamnet ci fa capire quale possa essere lo struggimento che può dar vita a un’opera, il seme da cui nasce l’ispirazione, il dramma che diventa tragedia, inteso come genere letterario. Hamnet è uno di film più belli mai visti sul rapporto tra arte e vita, su come la prima sia linfa vitale della seconda. È commovente e struggente ma mai ricattatorio. È solido, intenso, coerente con dall’inizio alla fine. È un film sulla morte che riconcilia con la vita. “Ho sempre avuto paura della morte e, di conseguenza, ho avuto paura anche dell’amore” spiega Chloé Zhao nelle note di regia. “Non sapevo come tenere il cuore aperto di fronte alla transitorietà della vita. Ho girato quattro film su personaggi che vivono una grande perdita e ritrovano sé stessi attraverso l’accettazione. Hamnet. Nel nome del figlio è il risultato di quel viaggio. Con il contenitore sacro dell’Amleto di Shakespeare, sono scesa più in profondità negli inferi per recuperare ciò che era andato perduto, e questo mi rendeva così timorosa dell’esperienza sia dell’amore che della morte”.
Hamnet vivrà per sempre
È impossibile non commuoversi nel momento in cui l’Amleto è finalmente è in scena e un padre e un figlio si dicono addio. “My boy”, “il mio ragazzo”, dice il padre ad Amleto. Erano le parole con cui William ha salutato suo figlio. Qui capiamo che ce l’ha fatta: è riuscito a trovare le parole a testimoniare quel dolore. E gli occhi di Agnes cominciano a dire qualcosa, lucidi, dolci e dolenti, mentre ascolta quelle parole che diventeranno eterne, che parlano di perdita. C’è la commozione di vedere il figlio scomparire di nuovo, stavolta sulla scena. Ma anche la serenità di sapere che sarà immortale nei secoli grazie all’opera di Shakespeare, la fierezza di sapere che il marito è riuscito a celebrarlo. E che qualcosa di quell’amore esiste ancora. Gli occhi sono illuminati. Il sorriso è allo stesso tempo amaro e dolce. Arriva una risata liberatoria. E uno sguardo finalmente pacificato. È una sorta di giustizia per quel figlio che non c’è più ma che vivrà per sempre.
di Maurizio Ermisino