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Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, al cinema il film che racconta la verità e la battaglia per i diritti

Diretto da Simone Manetti, arriverà nelle sale cinematografiche il 2, 3 e 4 febbraio 2026, distribuito da Fandango

Il 3 febbraio del 2016 il corpo di Giulio Regeni, un giovane ricercatore universitario, viene trovato privo di vita nei dintorni del Cairo, in Egitto. Le cause della sua morte rimangono misteriose a lungo. Dopo anni, nel 2024, finalmente è indetto un processo contro 4 cittadini egiziani, assenti, che hanno diritto a una difesa d’ufficio. “Verità per Giulio Regeni”, da quel 2016 a oggi, è diventato un mantra, un simbolo del bisogno che i diritti civili vengano rispettati.

La storia di Giulio, un tragico prodromo di quello che sta accadendo oggi

Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è tante cose. È un funeral blues, un lamento funebre carico di pietas, è una tragedia greca, è un thriller che punta sulle immagini per ricostruire un racconto vibrante. Ma è soprattutto un racconto universale sulla morte dei diritti. Il 2016 era un altro mondo. E quello che è accaduto a Giulio sembra un tragico prodromo a quello che sta accadendo oggi a migliaia di persone in tanti posti del mondo, una sinistra avvisaglia di diritti violati ovunque. “Questo discorso segue la linea che i genitori di Giulio hanno adottato nella loro richiesta di verità e giustizia” ci ha spiegato Simone Manetti. “È chiaro che loro sono i genitori e nel loro privato soffrono la perdita del figlio. Ma hanno fatto un atto di coraggio incredibile: nel pubblico hanno subito svestito i panni dei genitori per vestire quelli dei cittadini. Fin dall’inizio la loro è stata una battaglia per la collettività, per tutti i diritti violati. Nel film abbiamo sposato la dialettica del popolo giallo. È un film che parla a tutti noi. È la storia di un ragazzo e di una famiglia, ma ci riguarda tutti: quando vengono a mancare i diritti fondamentali dell’uomo serve qualcuno che, pur in maniera pacata, alzi la voce e parli di verità e giustizia”.

È un regime: la vita vale zero

C’è un momento del film che ci lascia senza parole. È quel “perché” che si chiede l’avvocatessa della famiglia Regeni. E la risposta dei suoi interlocutori in Egitto è disarmante. “Sei nativa democratica e non puoi capire” le dicono. “Il nostro è un regime e la vita da noi vale zero. Non c’è un perché per prendere, torturare, spiare le persone. I regimi sono così. Non c’è rispetto per i diritti, per la vita. Sono paranoici. Vedono spie ovunque. E nel dubbio fanno quello che fanno”. Sono parole disarmanti, che ci fanno riflettere sul fatto che cose che noi diamo per scontate, per altri non lo siano. “La prima volta che ho sentito quella frase mi ha fatto innescare una riflessione banale” ragiona il regista. “Noi occidentali fondamentalmente siamo dei privilegiati, siamo nati per caso in una parte di mondo che ha le sue regole e abbiamo la tendenza a immaginarci al centro del mondo e a guardare verso altri Paesi applicando la nostra mentalità. In realtà non è così. Ci sono parti del mondo in cui non ha senso chiedersi il perché un lavoratore, un dottorando di ricerca, venga rapito, torturato e ammazzato. Noi ci chiediamo il ‘perché’ per il fatto che siamo abituati a domandarcelo. Ma in altre parti del mondo sono differenti. Anche se è lecito, purtroppo non ha senso. E questo innesca un cortocircuito nelle nostre coscienze che è difficile da inquadrare, da afferrare completamente”.

32 mesi per smontare le illazioni

Quello di Giulio Regeni è stato anche un caso mediatico. Una storia di narrazioni distorte, che lo volevano un giornalista, una spia, un ragazzo gay ucciso in un delitto passionale. La madre dice che ci sono voluti 32 mesi per smentire tutte queste storie e raccontare quella giusta. È incredibile.  “È faticoso” riflette Manetti. “Ci sono le illazioni, le suggestioni. È chiaro che, a livello di racconto, estraniandosi dalla realtà, sono ipotesi, tra molte virgolette, ‘affascinanti’ da portare avanti come comunicazione. I genitori sono stati fermissimi. Era essenziale e doveroso pulire il campo da tutte le illazioni. E dichiarare con estrema forza e pacatezza che Giulio non aveva a che fare con i servizi i segreti. Ma la voglia di fare notizia, di dire subito qualcosa, il lasciarsi sedurre da ipotesi che vanno verso il grande thriller piuttosto che verso la verità, hanno il sopravvento. E soprattutto hanno una capacità di essere veicolate in maniera maggiore. Passa più la falsa affermazione, che fosse una spia, rispetto alla verità: che era un professionista. Giulio, fondamentalmente, è un morto sul lavoro. Era questo che stava facendo. È morto per un ‘perché’ che non si può chiedere, perché lì c’erano o altri parametri”.

La verità la sappiamo. È il momento della giustizia

Giulio Regeni è diventato rapidamente un simbolo. E con lui quel “giallo Giulio” che, partendo dai colori di Amnesty International, è diventato suo, ed è entrato nel cuore di tutti. Un giallo che campeggia ancora oggi che è il momento della richiesta di giustizia. La verità la sappiamo, il processo ha messo in fila i fatti” commenta Manetti. “Ora aspettiamo la giustizia. Il processo, che ora è fermo, riprenderà sicuramente. Aspettiamo una decisione rispetto alla richiesta legittima dei difensori dei 4 imputati: non parteggiamo per loro, ma lo Stato italiano garantisce la difesa a chiunque. Deve essere accolta o meno. Gli imputati sono assenti perché ufficialmente non sono mai stati raggiunti dalle notifiche, perché il governo egiziano dice che non sa dove sono. Potrebbero anche non sapere che sono sotto processo”.

Le ultime immagini di Giulio in vita

La spina dorsale del film, il suo asse portante, sono le immagini della videocamera nascosta di Abdellah, il sindacalista che ha tradito Giulio. Sono intense ed emozionanti, le ultime che lo vedono in vita. Abbiamo chiesto al regista come ha deciso cosa mostrare e cosa no. “Dal punto di vista morale per noi l’esigenza principale era quella di fare un racconto etico, allontanandoci il più possibile dalla morbosità e dalla spettacolarizzazione del dolore” ci ha risposto. “Una volta fissati questi paletti abbiamo ragionato anche in termini cinematografici. Ogni mezzo di comunicazione ha i suoi parametri e perché sia fruibile ed efficace deve rispettarli. Oltre alla parte di racconto testuale, quella che viene fuori dal processo e dalle interviste, sentivo la necessità di vestire il film in maniera che il pubblico potesse seguirlo anche in maniera cinematografica. E sono partito proprio dal video della camera segreta di Abdellah. In quel video c’è il tradimento principale tra i tanti che ha subito Giulio. E ho capito che l’estetica principale doveva partire da lì. Il film spiega tutto senza spiegarti niente. Raccontiamo solo quello che è successo. E abbiamo costruito una macchina del tempo che potesse portare lo spettatore davanti a quei fatti come se stessero accadendo in tempo reale davanti a lui. E a far provare, oltre alla fruizione intellettuale, anche una fruizione temporale: trasportare lo spettatore in mezzo a quei mercati, quelle strade buie, quelle metro che sono il mondo dove Giulio ha passato una parte della sua vita e dove purtroppo ha trovato la sua fine”.

di Maurizio Ermisino

Locandina Giulio Regeni