“Sai che non puoi vendere l’anima al Diavolo se il Diavolo sei tu”. È una frase-manifesto, più che una battuta. In quelle parole c’è tutto il senso di Fabrizio Corona: Io sono notizia, la docuserie Netflix in cinque episodi disponibile da oggi 9 gennaio. Non tanto l’uomo, che resta inafferrabile, quanto il personaggio: la narrazione di sé, il mito costruito, il branding personale portato avanti per anni. Corona non si racconta come vittima né come eroe, ma come sistema autosufficiente: criminale, anti-sistema, figura che rivendica di stare sopra la morale e le regole. Non è un’autobiografia emotiva, è un’operazione di storytelling. Ed è qui che la serie diventa interessante: perché mostra un modo di “essere notizia” che precede i social network, ma che con i social ha moltissimo in comune.
Prima dei social: l’Italia del gossip come palestra del presente
Il primo episodio, Alla corte del sultano, riporta indietro di venticinque anni, in un’Italia pre-social dominata dalla televisione commerciale, dai tronisti, dalle agenzie di spettacolo e dal potere relazionale. Al centro c’è Lele Mora, il grande affabulatore, colui che prometteva visibilità e successo come oggi fanno gli algoritmi. Corona emerge subito come un’anomalia: mentre tutti vogliono apparire, lui guarda altrove. Ai soldi. Alla leva economica della visibilità. Capisce prima degli altri che l’esposizione è una moneta e che può essere scambiata, venduta, fatta sparire. In un mondo senza Instagram, inventa dinamiche che oggi ci sembrano familiari: controllo dell’immagine, gestione dello scandalo, monetizzazione dell’attenzione.
Il denaro come unico valore
Il fil rouge che attraversa tutta la storia è il denaro come valore assoluto. Non mezzo per ottenere altro, ma metro di giudizio di ogni scelta. Le persone diventano strumenti, occasioni, pedine. Anche lui stesso si usa come mezzo, mai come fine. In questo senso Corona è una figura estremamente contemporanea: anticipa la logica dell’auto-sfruttamento, del “brand personale” portato fino alle estreme conseguenze. La differenza è che oggi tutto questo avviene alla luce del sole, normalizzato dai social. Allora, invece, era ancora percepito come scandaloso.
Un padre, due visioni del mondo
In parallelo, la serie racconta la figura del padre, Vittorio Corona: giornalista stimato, direttore di Moda, creatore di Studio Aperto, fondatore de La Voce con Indro Montanelli. Un uomo che ha attraversato il potere mediatico mantenendo una propria idea di etica, fino allo scontro con Berlusconi. È qui che emerge un altro tema chiave: la frattura generazionale. Padre e figlio non rappresentano solo due carriere diverse, ma due sistemi di valori opposti. Dove il padre credeva nel ruolo pubblico del giornalismo, il figlio trasforma l’informazione in merce pura. Non c’è continuità, c’è rottura. E forse questa rottura dice qualcosa non solo di Corona, ma di un intero Paese.
Le donne come trofei e narrazione
Il capitolo più disturbante, e forse più rivelatore, è quello che riguarda il rapporto con le donne. Il matrimonio con Nina Moric viene raccontato da entrambi come un’operazione di branding pianificata. Una relazione trasformata in prodotto mediatico. Le donne, nel racconto di Corona, non sono soggetti ma simboli: adrenalina, conquista, dimostrazione di potere. Le ammissioni sugli aborti, sulle gravidanze “scelte” in funzione del profitto, sull’uso consapevole dell’immagine femminile oggi suonano ancora più violente, soprattutto nell’epoca del dibattito su patriarcato e maschilismo tossico. E non c’è redenzione, né pentimento. Solo constatazione.
Il Re dei Paparazzi che non scattava foto
Corona viene spesso definito “il Re dei Paparazzi”, ma in realtà non ha quasi mai scattato una foto. Il suo talento non era l’obiettivo, ma l’anticipo. Sapere prima. Usare altri. Coordinare un sistema. Con Lele Mora come fonte primaria, mette in piedi un esercito di fotografi e un modello di business fondato su una doppia vendita: alle testate o ai diretti interessati, che potevano pagare per far sparire tutto. Una dinamica che ricorda molto da vicino le logiche odierne della reputazione online, della gestione delle crisi, della cancellazione dei contenuti.
Vallettopoli: quando Corona diventa il prodotto
Con Vallettopoli tutto cambia. L’inchiesta che dovrebbe distruggerlo lo consacra. Corona capisce che il vero asset non sono più le foto, ma lui stesso. Diventa la notizia. Diventa il brand. È un passaggio cruciale: da intermediario dell’informazione a protagonista assoluto del racconto. I media lo inseguono, il pubblico lo segue, e lui può finalmente controllare la propria narrazione. È la stessa dinamica degli influencer contemporanei, solo senza piattaforme digitali.
Un Forrest Gump consapevole della storia italiana
Corona attraversa trent’anni di storia italiana:Tangentopoli, Berlusconi, la strage di Erba, il caso Lapo Elkann. Sempre ai margini, sempre dentro. Netflix inserisce così la sua figura in una linea editoriale precisa: raccontare l’Italia pop attraverso personaggi “minori” solo in apparenza, come già fatto con Wanna Marchi. Non sono storie individuali, ma sintomi culturali.
Autofiction prima dei social
Il vero lascito di Fabrizio Corona è forse l’autofiction. La trasformazione sistematica della propria vita in contenuto. Se non ci sono notizie, si creano. Se non si riescono a creare, si diventa la notizia. Il tentativo – prima fallito e poi riuscito – di farsi fotografare in carcere è l’esempio perfetto. È la stessa logica che oggi domina i social network: esposizione continua, spettacolarizzazione del privato, confusione tra realtà e racconto.
Sospendere il giudizio (sapendo che è impossibile)
La serie chiede implicitamente di sospendere il giudizio. Ma è una richiesta ambigua, perché il giudizio è esattamente ciò di cui Corona si nutre. Che sia indignazione o fascinazione, poco importa. Non è un caso che manchi una vera analisi psicologica: narcisismo, assenza di empatia, dipendenza dall’adrenalina restano sullo sfondo. Forse perché sposterebbero l’attenzione dal sistema al singolo. E il punto, invece, è il sistema.
Ha vinto ancora, ma non nel modo che pensiamo
Fabrizio Corona: Io sono notizia è una serie riuscita. Racconta bene, tiene il ritmo, centra il bersaglio. E sì, fa ancora una volta il suo gioco: rafforza il mito del bad guy, dell’uomo sopra le regole. Ma il vero nodo non è essere pro o contro Corona. Essere contro sarebbe scontato. Essere a favore sarebbe inaccettabile. L’unica posizione possibile è riconoscere la frattura che rappresenta nella comunicazione italiana.
di Maurizio Ermisino