Mercato

Rapporto Why Italia: le nostre imprese crescono tra resilienza, competenze e internazionalizzazione

Durante l'appuntamento nella Capitale promosso da Deloitte & Touche si è anche parlato dei dazi americani e della concorrenza cinese, dei nuovi mercati come Sud America e India e dell’incognita dell’AI

E’ stato presentato oggi a Roma il Rapporto Why Italia, svolto dal 2018 al 2024 sul sistema economico italiano da Deloitte & Touche e effettuato su un campione di oltre 70mila aziende.

Quelle sopra i 5 milioni di fatturato hanno visto una crescita del 41% del fatturato e dell’83% in termini di profittabilità, con la creazione di un milione di posti di lavoro nuovi.

Secondo Fabio Pompei, Ad Deloitte & Touche Italy e Central Mediterranea questo dimostra “la loro capacità di resilienza che nasce dalla grande crisi del 2011 e 2012 e che ha portato a un’emorragia delle imprese italiane. Quelle che sono riuscite a sopravvivere sono le più solide e le più proiettate verso i mercati internazionali”.

Manifattura e commercio sono i fattori trainanti

I settori trainanti sono il commercio e la manifattura: siamo la seconda azienda manifatturiera europea dietro a quella tedesca. Ma anche i servizi, l’information technology, il turismo e la logistica. Le aziende sopra i 500 milioni di fatturato sono cresciute del 43% del fatturato e quelle tra i 50 e i 500 milioni hanno avuto una crescita di oltre il 60% e una crescita dell’occupazione del 26%. “Il fattore dimensionale è un elemento non marginale ai fini della crescita” commenta Pompei. “Non è un caso che sono cresciute maggiormente quelle più solide e attente ai temi della produttività e del capitale umano”. La crescita dipende da più fattori: investimenti, competenze, apertura ai mercati internazionali. Il compito del governo è creare un contesto favorevole che permetta alle aziende di farcela. Serve una collaborazione sempre più stretta tra pubblico e privato.

75mila imprese analizzate

Lo studio di Why Italia ha analizzato un campione di oltre 75.000 imprese, che fatturano più di 5 milioni di euro e hanno più di 5 dipendenti. Nel complesso, queste realtà fatturano oltre 4500 miliardi di euro annui e occupano oltre 10,3 milioni di lavoratori. I settori rappresentati sono per il 35% quello manifatturiero (moda, food e altro), per il 32% quello del commercio, trasporti e logistica, per il 26% quello che raggruppa energia, costruzioni, sanità, istruzione, alberghiero e ristorazione, agricoltura, minerario, cultura e sociale e per il 9% il cosiddetto terziario avanzato, cioè il banking, le assicurazioni e gli ambiti di questo tipo.

I 5 paradigmi

Lo studio ha riassunto i grandi temi che riguardano le aziende italiane in 5 paradigmi. Il primo ci parla di settori tradizionali da consolidare e settori emergenti da supportare: sono due ambiti che non vanno letti in modo isolato dagli altri, ma in termini di sinergie. Ad esempio, moda e alimentazione sono settori in cui le nuove tecnologie possono rendere innovativi approcci tradizionali. Il secondo è l’aggregazione e la selezione competitiva: piccolo è bello ma è diventato anacronistico. Solo le realtà più strutturate oggi riescono a far fronte alle sfide di mercato. I contenuti possono spingere verso aggregazioni. In questo senso l’Italia può imparare dall’estero, perché qui da noi vogliamo spesso condurre ancora da soli. Il terzo paradigma è un modello di crescita ibrido e dinamico: non dobbiamo credere che quello che abbiamo fatto da 20 anni sia ancora valido in prospettiva futura, ma dobbiamo allargare i confini in cui opera l’azienda. Il quarto è il legame tra crescita e accesso alle fonti finanziarie: solo alcune aziende hanno la capacità di aprire il proprio capitale agli investitori. Noi in Italia continuiamo ad essere il fanalino di coda, sia per i contributi dall’UE, sia per la capacità di aprire verso nuovi investitori. Infine, c’è il valore delle competenze e della formazione dei talenti: le aziende prese in esame hanno visto incrementare il numero dei dipendenti.

Food: l’export in America è al -4%. È per i dazi?

A proposito di settori tradizionali da consolidare e settori emergenti da supportare, Paolo Mascarino, Presidente di Federalimentare ha spiegato che dal 2000 in poi il settore agroalimentare è sempre cresciuto nonostante le crisi che si sono susseguite. Nel 2025 il fatturato è cresciuto del 4%, superando la soglia dei 200 miliardi e restando tra le prima manifatture del Paese. L’export ha superato i 70 miliardi con una crescita del 5%. C’è però un dato preoccupante. “Dall’America quest’anno abbiamo un calo, – 4%, per la prima volta” spiega Mascarino. “Non sappiamo se per i dazi o per gli stock che si sono creati in previsione dei dazi. Il lavoro del governo italiano che ha convinto l’Europa a contenere la minaccia di Trump, e a contenere i dazi al 15%, un dazio che riusciamo a contenere. A oggi c’è un aumento moderato dei prezzi dei nostri prodotti sugli scaffali degli Stati Uniti. Ma è importante aprirsi a nuovi mercati, come il Mercosur (il Mercato Comune sudamericano, ndr) e il mercato indiano”.

La moda: gli attacchi da Est e Ovest, Cina e Stati Uniti

La moda e il tessile oggi valgono circa 100 miliardi di fatturato, di cui il 70% arriva dall’export. Ce lo ha spiegato Luca Sburlati, Presidente Confindustria Moda. “È un comparto andato bene fino al 2024” lancia però l’allarme.  “Da metà 2024 e nel 2025 perdiamo una quindicina di miliardi, è come se avessimo perso l’intero sistema aerospaziale del Paese. Subiamo attacchi da est e da ovest. La Cina ha deciso che non si compra più occidentale: bisogna sviluppare prodotti nella Cina stessa. Tutti i pacchi spediti dalla Cina arrivano in Europa e non pagano dazi e dogane I ragazzini sono bombardati dall’ultra fast fashion che non ha negozi: uso il vestito una volta e lo butto via. Così pensiamo di perdere alcuni miliardi all’anno”. È facile capire quale sia l’attacco da ovest. “Dazi e dogane americani ci toccano” spiega Sburlati. “Ma il vero vulnus non è il 15% in più, ma come i marchi americani abbiano un vantaggio particolare. I marchi in crescita sono solo quelli”. Anche qui, allora, si tratta di guardare verso il Sud America, dove ci sono materie prime e si stanno per sviluppare accordi di libero scambio, così come con l’India. “Si tratta di difendere il nostro comparto, i nostri marchi. E pensare che sia strategico e non faccia la fine dell’automotive”.

AI: sostituirà l’uomo, ma lo renderà strategico

Alcuni settori emergenti hanno subito uno dei grandi shock di questi anni. “È quello del Covid” spiega Valeria Brambilla, AD di Deloitte & Touche. “Che ha spinto un processo inevitabile e lo ha accelerato: la digitalizzazione. Ha portato a un boost incredibile di certi settori”. L’AD di Deloitte ha sottolineato l’Importanza dell’umanesimo, ora più che mai, visto che non sappiamo cosa affronteremo nei prossimi 3-5 anni. “L’AI da un lato sostituirà l’uomo, ma dall’altro renderà l’uomo strategico. Il capitale uomo sta vedendo il collega macchina: più del 60% è preoccupato perché l’AI porta accelerazione”

Le filiere delle imprese italiane devono essere sostenute dalle istituzioni

A proposito di aggregazione e selezione competitiva, il dibattito ha ospitato Ambrogio Invernizzi, Presidente APPLI. Associazione Produttori Proteine del Latte, costituita negli ultimi due mesi. “Nel prossimo futuro le proteine non saranno più una commodity ma un tema che incrocia salute e filiera industriale” ha spiegato. “È un settore che po’ diventare strategico, legato anche alla ricerca medica e sportiva”. “Se oggi le filiere delle imprese italiane non sono supportate dalle istituzioni non ce la fanno” è il suo appello. “Se un settore è strategico le istituzioni devono intervenire. Perché non fare un studio comparativo tra tutti i Paesi al mondo per capire come crescono i settori strategici dove le istituzioni sono al loro fianco?”.

Per essere forti a livello digitale bisogna essere connessi

Il Rapporto Draghi ha evidenziato come l’elemento essenziale di competitività delle aziende europee sia l’innovazione: in questa si include anche la digitalizzazione. “Le aziende italiane sono prevalentemente micro, piccole e medie imprese” ha spiegato Ernesto Lanzillo, Private Leader Deloitte Italy e Central Mediterranean. “Hanno dei problemi nell’attrazione dei talenti che non le portano ad eccellere in innovazione e digitalizzazione. Per essere forti digitalmente bisogna essere connessi. Se non si è connessi non si va da nessuna parte. Il tema è centrale. E lo stiamo affrontando con i limiti del caso”.

di Maurizio Ermisino