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C’è bisogno di parlare di creatività. A tutto tondo intesa. In senso stretto, ampio, di idea, di realizzazione, di concetto, di business, innovazione, di persone, di relazione, di modelli, processi e molto altro di più. Il che non significa voltare le spalle all’ineluttabile razionalità del dato, tutt’altro. Piuttosto rimanere fedeli a quel bisogno impellente di ‘big ideas’ umane al 100% che fanno la differenza

Perché nel mondo si sta levando un coro di voci che lanciano l’allarme. Di recente a Linkontro Nielsen, per esempio, abbiamo ascoltato un filosofo come Umberto Galimberti dire che la tecnologia non è già più un mezzo, ma fine. Che una società della tecnica guarda all’ottima realizzazione della propria mansione, non ai disegni ampi. Che l’etica è difficile da identificare. Che siamo una società sotto assedio (gli occidentali sono il 17% del mondo e utilizzano l’80% della ricchezza), dove è difficile che nascano ‘dei Leonardo’.

Stiamo leggendo libri, come La società della trasparenza del coreano Byung – Chul Han, dove si entra nel merito di tutte le implicazione che la pornografia della trasparenza, e quindi del dato, porta con sé.

Il neurologo e neuroscienziato Antonio Damasio ha appena pubblicato il suo ultimo lavoro, aprendo a un mondo di riflessioni al nostro fine pertinenti, partendo dal concetto di omeostasi, dove parole come gioia, amore, passione, entusiasmo, echeggiano dirompenti e dove l’emozione nasce sempre prima della mente.

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