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Il parere di Mattia Busu, Marketing Manager D-Link Italia.

Quanto è strategica e prioritaria l’attività di pr nel marketing mix del suo brand/della sua azienda?

“L’attività di pr per un’azienda come la nostra è prioritaria e deve occupare un posto rilevante nel marketing mix, per vari motivi: D-Link è un’azienda complessa, con soluzioni sia b2b sia b2c, che non vende direttamente al consumatore finale ma tramite canale, quindi il rapporto con il rivenditore deve essere molto stretto, senza dimenticare che bisogna arrivare anche all’utilizzatore finale.

A livello pr sappiamo che i rivenditori leggono ancora le riviste di settore per aggiornarsi sui nuovi prodotti e sulle nuove tendenze, quindi è importante coinvolgere anche i media specifici con comunicazioni sia di prodotto sia corporate, in grado di abbracciare tematiche ampie. Questa situazione lascia tanto spazio di manovra per lavorare con la nostra agenzia pr. L’obiettivo è quello di riuscire a scaldare le comunicazioni dei nostri prodotti, ad esempio i router, lavorando molto sullo storytelling, sulla creazione di campagne emozionali.

Inoltre, i nostri mercati sono piuttosto segmentati e includono tanti concorrenti forti, quindi bisogna differenziarci e dare valore al brand creando un buon rapporto con il cliente e la stampa, e qui agiamo tramite le attività di pr. Noi lo stiamo facendo molto bene con la nostra agenzia di comunicazione puntando non solo sulle qualità tecniche dei nostri prodotti, ma andando oltre, offrendo attività alternative, come per esempio la nostra campagna sociale #connettitiresponsabilmente che invita a ripensare il modo in cui si sfrutta la connessione”.

Quanto ritiene coinvolgibile l’agenzia di pr nella progettazione strategica del business della sua azienda e perché?

“Per come siamo strutturati non riusciamo ancora a coinvolgere l’agenzia in fase di progettazione del business a 360°. Il coinvolgimento riguarda la fase delle progettazioni di attività marketing (in modo ampio) e le attività di comunicazione verso l’esterno, gli stakeholders e i clienti”.

Quali sono le attività che nei prossimi anni dovranno caratterizzare la sua agenzia ideale?

“Un’agenzia dovrebbe cercare di aprire sempre nuovi orizzonti non limitarsi solo alle funzioni tradizionali, ma deve essere in linea con l’azienda e possibilmente avere più esperienza di noi, in modo da operare insieme per renderci il più visibili possibile. Quello che la nostra agenzia sta facendo è prezioso e in linea con la nostra filosofia: in questo momento stiamo puntando sulle competenze tecniche nel settore del digital, in quanto vogliamo spostare il peso comunicativo su quel tipo di attività”.

Quanto le pr sono in grado di creare sinergie con gli altri partner della comunicazione (dai centri media all’adv) e quanto è importante questa capacità per lei?

“Il fatto che l’agenzia mantenga il rapporto con i giornalisti aiuta a creare opportunità, laddove c’è il rapporto tra agenzia pr e centro media/testata giornalistica può aiutare a creare relazioni durature e in ottica win-win. Quando si riesce a creare campagne di ampio respiro, che non siano solo di prodotto, è possibile coinvolgere e contattare interlocutori diversi, con una sinergia positiva”.

La vostra azienda è in grado di misurare i ritorni degli investimenti in comunicazione complessivamente o divide artigianalmente tra le diverse vocazioni (pr, adv, media)?

“Non possiamo misurare tutto, ma siamo in grado di arrivare a una buona approssimazione: partendo dai report mensili che ci fornisce la nostra agenzia, passando per il monitoraggio Google e con tool specifici con analisi dei social media, senza dimenticare l’analisi delle attività degli altri player, siamo in grado di capire dove e come ci stiamo muovendo e fare un bilancio. Anche l’adozione di strumenti come indagini di mercato e focus group, che stiamo valutando di attivare anche in Italia, aiuta a capire meglio come muoversi e valutare le campagne. Altri riscontri in termini di investimenti, invece, sono misurabili nelle campagne e nelle vendite di prodotti dopo che vengono ‘sponsorizzati’ attraverso l’attività di comunicazione, digital o tradizionale, anche se non avendo un canale di vendita diretta si tratta di una correlazione da prendere con le dovute precauzioni”.

Quale dovrebbe invece essere lo stato dell’arte ideale della misurazione, insomma, cosa e quali cambiamenti auspica in tal senso?

“Lo strumento di misurazione perfetto, per me, è uno strumento che riesce a fornirmi delle anticipazioni, quindi che mi aiuta a identificare i trend, non solo un riassunto dei risultati. Lo penso più come una sorta di intelligenza artificiale che supporta nella definizione delle comunicazioni. In parte questo già avviene attraverso l’analisi dei canali digital ma mi piacerebbe avere qualcosa di altrettanto dettagliato per la comunicazione tradizionale; a tal proposito l’arte ideale sarebbe sapere cosa avverrà prima di uscire con un comunicato per ottimizzare anche il budget”.

 










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