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L’anno che si chiude e il nuovo che si apre nelle risposte di Antonio D’Ambrosio, Presidente Disc to Disc.

Partiamo dai dati. In questo 2016 gli investimenti, qualsiasi sia la fonte della rilevazione, parlano di almeno un 3% in più, con la rete a fare da regina, la tv a occupare la metà della torta, o quasi, la stampa ancora in crisi, specie la quotidiana. Come questa situazione si riflette sul vostro andamento? Insomma, diamo i numeri, i vostri, indicando le previsioni 2017

“Quest’anno si chiude in maniera positiva con almeno un +20% sul fatturato precedente. Questo non solo perché anche noi abbiamo subito, ovviamente, il riflesso dell’andamento del mercato, ma anche per aver acquisito nuovi clienti e diversificato le nostre attività. Fermo restando che il nostro core business rimane e rimarrà la post audio per l’advertising, abbiamo rivolto i nostri interessi su altri tipi di business come , il doppiaggio, ma soprattutto l’estero e quindi le localizzazioni acquisendo e consolidando partner in tutta Europa e in Asia centrale. Questo ci permette di localizzare qualsiasi tipo di film o video in quasi tutte le lingue del mondo”.

Passando, invece, al qualitativo, in un contesto di comunicazione sempre più liquido, dove le specializzazioni hanno confini sempre più fluidi e indefiniti, siete soddisfatti di come siete riusciti a trasferire al mercato la vostra essenza e di quanto la conseguente differenziazione dal resto risulti premiante?
“Come dicevo prima, la nostra indole è quella di diversificare, questo significa essere pronti a qualsiasi evenienza e qualsiasi sfida ci chieda il mercato. Non tendiamo alla staticità ma all’evoluzione. Per farlo però, da subito ci siamo strutturati internamente. Le nostre metodologie di approccio alla produzione, per contro, non sono liquide, ma molto ben definite. Siamo organizzati per reggere le pressione intensa su più produzioni in contemporanea molto lunghe e complicate e a moli di lavoro con orari e consegne molto naif se si può dire. Tutto questo credo che sia la nostra peculiarità, e fa si che il più delle volte veniamo coinvolti su progetti molto complicati, quelli in cui c’è bisogno di alta qualità anche se si ha poco tempo”.

In termini di innovazione. Di offerta, processo, servizio, creativa, organizzativa, cosa avete in serbo nel 2017?

“Nel 2017 ci saranno molte novità in Disc. Intendiamo consolidare ancora di più l’estero e diventare un punto di riferimento per le localizzazioni di spot in altre lingue diverse dall’italiano. L’intenzione è quella di completare il ricambio generazionale delle nostre attrezzature e dei server audio soprattutto, che da 3 passeranno a 5, ognuno con caratteristiche diverse, introducendo nuove metodologie al nostro work flow interno. Questo sempre per rendere più solida la nostra qualità e affidabilità”.

Difficile citare un cliente e progetto, ma dovendone scegliere uno realizzato nel 2016 a emblema della vostra visione, quale case history racconteresti e perché?

“A questa domanda è sempre difficile rispondere, perchè amando il nostro lavoro, andiamo fieri di qualsiasi cosa produciamo. Sceglierne uno sarebbe far torto a tutti gli altri. Non identifichiamo lavori specifici ma settimane lavorative. In particolare, solo dal primo agosto ad oggi abbiamo lavorato a circa 100 film pubblicitari. Una media di 5 film ogni settimana, ovvero 1 al giorno. Senza contare i Radio e l’estero”.

Da un lato, la comunicazione ha bisogno di recuperare cultura e di trasferire, anche insegnandolo, il valore dell’autorialità, dall’altro di ricalarsi nella vita reale andando a conoscere lì le persone, quando si esprimono nel loro modo più vero. Si tratta di facce della stessa medaglia o di dicotomia inconciliabile? Ossia, è possibile alzare l’asticella qualitativa coinvolgendo la gente, abituando al bello, dirigendo il ‘senso di cool, il gusto collettivo’, assumendosi dunque la responsabilità e l’onore di poterlo fare, anche nei confronti delle aziende clienti? 

“Senza voler fare sociologia spicciola, noi italiani siamo così abituati al bello della cultura e arte che ci circondano, che ci sentiamo appagati solo quando guardiamo fuori dai nostri confini, identificando il bello in qualcosa che è solo confezionato meglio. Se la creatività italiana, che non ha nulla da invidiare a nessuno, riuscisse ad avere più consapevolezza di questo, potrebbe raccontare le proprie storie, nel modo più vero, suscitando lo stupore e meraviglia anche nei clienti più freddi. Io, con un po’ di nazionalismo, comincerei dalle definizioni.
La creatività italiana può generare ‘Bellezza’ che è una parola altrettanto internazionale quanto ‘cool'”.

 










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